Il bosco… parte quinta

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Rebel Park

21 Maggio 2026

Dalle montagne maledette a quelle dorate

Turisticamente parlando, è stato attorno alla metà dell’Ottocento che le montagne hanno iniziato a trasformarsi: da luoghi temuti, pericolosi e persino maledetti, sono diventate terre da esplorare, da raccontare, da vivere.
Sono stati soprattutto gli inglesi a scoprire il fascino dei ghiacciai, la varietà sorprendente della flora e della fauna e quelle popolazioni alpine tanto diverse da loro, con usi e modi forse rozzi, ma nel complesso mansueti o, perlomeno, non ostili.

È stato così che, grazie agli sguardi stranieri, anche gli abitanti delle montagne hanno cominciato, lentamente, a scoprire la bellezza dei luoghi in cui vivevano. Quegli stessi luoghi che fino a poco prima maledicevano per le valanghe, le frane, i ghiacci eterni, le estati siccitose che li costringevano a scavare i ruscelli nella roccia viva, e gli inverni lunghi, gelidi, che imponevano mille strategie per conservare i pochi viveri accumulati d’estate.

Forse ci vivevano ancora più per abitudine che per piacere. La meraviglia che li circondava era diventata, ai loro occhi, semplice sfondo del quotidiano. Non ricordavano quasi più che molti dei loro avi erano arrivati fin lì fuggendo da pianure opprimenti, da poteri costituiti con cui erano in disaccordo, spesso per motivi politici o religiosi.

Ce lo ricorda bene Enrico Camanni nel suo libro Alpi Ribelli, dove racconta di popoli che, nel corso dei secoli, hanno trovato rifugio sulle terre alte per sfuggire a despoti o a papi che non accettavano il loro pensiero o il loro modo di vivere.
Ma, come dicevo, era passato del tempo. Il XX secolo era ormai alle porte, e quella libertà conquistata dagli avi si era lentamente trasformata in spirito di sacrificio e fatica, specialmente nei mesi estivi, quando il lavoro nei campi e negli alpeggi lasciava poco spazio alla contemplazione.

Mia madre mi raccontava che mio nonno si stupiva -e a volte si infastidiva- vedendo camminare per i sentieri delle persone “senza scopo”: partivano a mani vuote, e vuoti rientravano. Nessun camoscio, nessuna marmotta, nessun tronco di larice, né una manciata di achillea per aiutare la digestione, neppure una radice di genziana o una gemma di pino cembro per lo sciroppo invernale. Erano i cosiddetti “alpinisti”.

Daniele Pieiller, capitolo Il Bosco dal libro “Camminando le Terre Alte”