Le due montagne seconda parte
Ho trovato un rifugio da gestire a Bionaz, a 2.400 metri d’altitudine, raggiungibile solo a piedi, dopo due ore di salita. Quell’estate è stata una rivelazione. Alla fine della stagione, col cuore ancora pieno di bellezza e il corpo stanco ma felice, ho cercato un’occupazione per l’inverno che mi permettesse di dedicarmi anche allo studio.
Mi sono iscritto all’Università di Sociologia a Urbino e ho trovato lavoro sugli impianti di risalita dove ho incontrato la mia seconda montagna, pensando ingenuamente di lavorare e, nel tempo libero, di studiare. Ma le cose sono andate diversamente: in poco tempo sono diventato direttore delle piste di Valtournenche, ai piedi del Cervino, e la mia avventura universitaria si è conclusa prima ancora di decollare.
Le due esperienze che ho vissuto in quegli anni -da un lato, la gestione di un rifugio alpino in una delle valli più selvagge della Valle d’Aosta, dall’altro il ruolo di Direttore delle piste in una delle località più frequentate e strutturate della regione- mi hanno permesso di conoscere a fondo due modelli di sviluppo turistico, agricolo ed economico profondamente diversi, nonostante si trovassero in valli geograficamente simili. Entrambe belle, entrambe montane, entrambe caratterizzate da condizioni climatiche quasi identiche. Eppure, così lontane l’una dall’altra per visione, ritmo e relazioni umane.
Queste due realtà, vissute da dentro, non come semplice osservatore, ma come lavoratore immerso nel quotidiano, mi hanno offerto una chiave di lettura preziosa. Ho iniziato a elaborare un pensiero che si sarebbe rivelato fondamentale per comprendere le reali esigenze di chi in montagna ci vive e lavora. Ma non solo.
Essendo a stretto contatto anche con i visitatori -con i tanti volti, accenti, speranze e desideri dei cosiddetti turisti- ho iniziato a intravvedere anche i differenti bisogni e le aspettative di chi arriva da fuori, cercando nella montagna qualcosa che spesso non sa nemmeno nominare. È stato in quel confronto continuo tra chi abita e chi attraversa, tra chi vive e chi consuma, che è nata dentro di me una visione più ampia, più consapevole. E da lì, molto altro sarebbe arrivato.
Prima, però, è necessario capire come e perché queste due montagne -così simili all’apparenza- abbiano preso strade tanto diverse. Lo scopriremo presto, nel prossimo capitolo. Cercherò di farlo con leggerezza e chiarezza, senza dilungarmi troppo, ma la sciando emergere i tratti essenziali che le distinguono. Perché dietro ogni sentiero, ogni scelta, ogni paesaggio si nasconde sempre una storia.
Eppure la montagna non vive soltanto di sé stessa: prende forza dalle sue genti, dai gesti antichi e dalle mani che ancora oggi sanno accarezzarla.
Daniele Pieiller, capitolo Il Bosco dal libro “Camminando le Terre Alte”