I pascoli – parte settima

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Rebel Park

24 Luglio 2026

Scarpette e scarponi – parte prima

Come vi ho già raccontato, da giovane gareggiavo per la squadra nazionale italiana di slittino, partecipando a Coppe del Mondo, Campionati Europei, Mondiali e Italiani.

In quel periodo conquistai anche qualche bella medaglia che ancora oggi conservo, non tanto per orgoglio, ma per ciò che rappresentano: la determinazione, l’impegno, i sogni di un ragazzo che amava la velocità e la montagna.

Nel tempo, oltre allo slittino, ho praticato altri sport agonistici: calcio, ciclismo su strada, corsa in montagna, qualche gara di sci di fondo e discesa. Tutte esperienze preziose, ognuna con il proprio insegnamento.

E tutte, in un certo senso, legate a un’idea di montagna attiva, dinamica, persino sfidante. A un cero punto ho notato che gare e velocità iniziavano a invadere troppo il normale andare per monti e stava iniziando una moda.

Ma più passavano gli anni, più sentivo il bisogno di interrogarmi: può esistere un altro modo di vivere e raccontare la montagna, oltre alla performance e alla fretta? Ma soprattutto: l’alpinismo e il turismo di montagna ne escono rafforzati da questa nuova moda?

Anche nel caso delle gare in montagna -come accade per lo sci da discesa con gli impianti di risalita- c’è un rischio evidente: la creazione di una monocultura della montagna veloce, performante, spettacolare.

Una montagna “da record”, che diventa sempre più simile alla città: cronometri, sponsor, cronache sui giornali, tecnologie per migliorare
la performance e per garantire sicurezza, vestiti all’ultima moda, GPS, applicazioni.

Tutto impeccabile, tutto calibrato al secondo.
Attenzione, però.

Non è una critica alla corsa in montagna in sé. Anzi, anche io amo correre, e mi capita ancora di partecipare a gare o allenarmi su sentieri impegnativi.

Il problema nasce quando questo modello, sostenuto da sponsor e media, viene venduto come l’unica narrazione possibile della montagna.

Come se il valore di un’esperienza, soprattutto alpinistica, si misurasse solo nei tempi di percorrenza o nei chilometri percorsi.

A questo proposito riprendo un breve testo tratto da una delle prima guide alpinistiche scritte alla fine del 1800 da tre frequentatori piemontesi della nostra valle.

“D’accordo che se il cammino fosse sempre ben segnato da non permettere incertezze, se si accelerasse un po’ la marcia, se invece di camminare si potesse correre, se invece correre si potesse volare, qualche volta questi inconvenienti sarebbero schivati; ma chi ha mai potuto ammettere che tutta l’Abilità di un alpinista consista nel camminare in fretta e che i records possano anche in montagna essere elevati a sistema? Bisognerebbe disconoscere tutta l’essenza dell’alpinismo, ignorare le svariate contingenze in cui una comitiva può trovarsi nelle condizioni diversissime in cui si presenta da un’ora all’altra la stessa montagna e finalmente bisognerebbe, pronunciando la
più terribile condanna del nostro glorioso sport, ammettere che si vada sulle Alpi soltanto per poi dire d’esserci stati, e salire di
corsa e venir giù a rotta di collo senza nulla vedere, senza nulla osservare, senza nulla imparare!”. (Ettore Canzio, In Valpellina, Bollettino CAI Torino, 1899)

Daniele Pieiller, capitolo I Pascoli dal libro “Camminando le Terre Alte”